Attori che ci riflettono in faccia.

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Tra gli spot più belli con attori che riflettono a voce alta, o ci riflettono direttamente in faccia, amiamo sempre ricordare il bellissimo Barclays Bank “Big” con Anthony Hopkins (se il vostro tempo è denaro saltate direttamente al minuto 1’13”: “I love this movie, it’s gonna be big. There’s only one small problem: my fee”), gli stupefacenti monologhi di Samuel Jackson filmati da Jonathan Glazer sempre per la stessa potente banca, e poi una miriade di altri esempi: ognuno può annotare mentalmente i suoi preferiti.

Oggi si aggiungono questi commercial con l’attore del momento, il true detective Matthew McConaughey. Sono riflessioni a bordo di una Lincoln, con la sua pronuncia dalle S striscianti, la sua bella faccia e le sue mani, perfino loro, espressive.

Ma l’attore è talmente al centro della scena attualmente, che subito è arrivata la parodia-spoof di Jim Carrey durante il SNL.

Consiglio di arrivare alla fine anche se non capite niente: sarete comunque soddisfatti.

Elvis has left the building.

Le foto di Stanley Kubrick al wrestler Gorgeous George.

Gorgeous George, full-length portrait, standing in wrestling ring, facing leftSeveral women at ringside, standing and reaching as if to catch something thrown by wrestler Gorgeous George who, though not visible in this image, was standing in the ring

Le belle foto, tratte da Look magazine del ’49, e scattate quando il non-ancora-regista aveva 21 anni, sono in verità una scusa per aprire una finestra sul più Disbanded wrestler ever: Gorgeous George, che prima di salire sul ring lo disinfettava e lo profumava. Non ho mai capito i fan di questa specie di sport, e non sapevo che la sua epoca d’oro fossero gli anni ’50. Non avevo nemmeno mai sentito parlare di George. Ma non si può negare che tutto sia molto Disbanded. Vedere questo video per credere. Altre foto dei servizi giornalistici di Kubrick su Chicago, qui.

A wrestler strides toward Gorgeous George who stands near a corner of the ring with his hands on his chest where he had received a blow in the previous maneuver in the wrestling match

Elvis has left the building.

Il più illeggibile hashtag di sempre.

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Non una mente singola, ma più probabilmente un comitato, deve aver prodotto questo mostruoso #tutogliioincludo, uno degli hashtag più illeggibili di sempre. Coniato per la manifestazione del 25 ottobre, non riesci a leggerlo o a scriverlo (con un panino in una mano e una bandiera nell’altra) se non con estrema attenzione. Tutto cosa? No, è “Tuto”! “Gli” a chi? Ma come si permette di parlare di penetrazione anale così? Ah no, era “includo”. Insomma equivoci di questo tipo. La traduzione era comunque “Tu togli, io includo”. Complimenti. Nelle stesse ore invece, sempre su Twitter, sapiente uso dell’ironia (o autoironia) da parte di Easy Jet, che ricorda le 7 mete da Roma proprio quando la squadra della città ne prende 7 dal Bayern. Probabilmente nemmeno il tifoso più incallito se l’è presa. Anche se non ci giurerei. In ogni caso bravi.

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Elvis has left the building.

 

 

 

 

Il copywriter è un lavoro serio.

Schermata 2014-10-06 alle 16.42.53 Il festival IF dedicato alla creatività pubblicitaria italiana è stato un successo che ci voleva, perché in 3 giorni ha restituito ai giovani e non più giovani pubblicitari italiani uno spazio per farli sentire parte di un’industria ancora interessante e bella. In fondo è proprio questo che succede anche ai Cannes Lions, quando hai la fortuna di andarci: capisci che il tuo lavoro esiste, è tenuto in considerazione, e – oh! – è pure divertente. Quanto possa far bene tutto questo al “lavoro creativo commissionato” si può immaginare con facilità. Per un solo ma significativo giorno mi sono seduto insieme ad alcuni ottimi copywriter a giudicare i lavori di scrittura per la pubblicità prodotti nell’ultimo anno e mezzo in Italia. E per chiunque abbia vissuto da queste parti, l’ultimo anno e mezzo non è stato come tutti gli altri anni e mezzo. Più duro, più povero, più arrabbiato, più infelice. Come si traducesse tutto questo nelle parole dei copywriter (che poi sono le parole della pubblicità) era una cosa che mi interessava molto vedere da vicino.

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Se consultate online uno qualsiasi degli Annual ADCI dei decenni scorsi, trovate il vecchio modo di scrivere dei pubblicitari. Fatto di lunghe headline, magari splendidi testi per tempi in cui si aveva tempo, fulminanti payoff o claim, e e seconda di quanto andiate a ritroso nella ricerca, anche giochi di parole o addirittura rime. Tutto suggeriva: siamo su una giostra, e ci siamo portati dietro anche le parole. Ma nell’Italia depressa e bastonata, a che punto è il copywriting? Ci hanno spiegato da ogni parte che non si è mai scritto tanto come nel 2014. Tutti scrivono. Le parole sono più importanti e veloci che mai. E gli italiani digitano a tutto spiano (spesso cose orribili, basta vedere il livello dei continui flame nei post più popolari in rete, dove solo Gianni Morandi viene risparmiato perché sarebbe crudele rovinargli la giornata). Vediamo allora se è emersa una “via italiana” per la scrittura pubblicitaria. Sarebbe chiedere troppo: non è emersa. Non c’è abbastanza salute, leggerezza, ispirazione in giro. Ma ci sono piccoli gioielli, e lavori che cambiano le cose, o almeno ci provano. Ci prova la CEI con il racconto – bellissimo – di Guerrino. Testo ispirato, zero razionalità, e zero like cercati. Solo grande scrittura. Ci provano altri filmati, perché è soprattutto nei video a quanto pare che oggi sperimentano di più i copy. E questa forse può essere una tendenza. Con linguaggi totalmente diversi, ma con parole accuratamente scelte, li vedi cercare di cambiare il linguaggio dei gelati da spiaggia (Sammontana) o dare più anima a riviste in cerca della propria radice rock (RS). Ci provano dei banner e delle belle operazioni Facebook (Ariston e Mercedes), dove il meccanismo prevale sulla semplice scrittura.

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Ci prova la radio (Bavaria) e qualche residuo manipolo di coraggiosi superstiti della stampa. Tratti comuni: pochi. Tolto forse il talento, che in categorie come questa non puoi mascherare con effetti speciali. Sì, puoi scrivere testi vagamente ispirati sulla falsariga di quelli di Apple per l’iPad, ma il rischio di fare il verso alla pubblicità è sempre dietro l’angolo, anzi per me è proprio davanti a te che ti fissa in ascensore e ti dice con voce roca “me volevi fregà”. Se quindi dovessi trovare un dato comune, io lo troverei in un’assenza: fino a qualche anno fa i copy italiani facevano spesso ridere e divertire, e questa cosa non succede quasi più. L’ironia è scomparsa. Sostituita dalla sua controfigura: la leggera ironia. Ma non sono la stessa persona, e si vede. Non penso sia colpa in particolare dei copywriter, quanto della scarsa propensione a ridere di chi gli commissiona il lavoro. Gli italiani continuano a scrivere cose divertentissime, ma lo fanno in qualche web serie (indipendente), in qualche profilo Facebook (autonomo), in qualche meme (individuale), in qualche film, in qualche libro. In qualche canzone. Non lo fanno quasi più nella pubblicità. Lo fanno raramente nei lavori commissionati. Soldi=paura. Viene quindi naturale chiedersi se tutta questa seriosità sia farina del loro sacco oppure qui intorno, nelle aziende e nei Palazzi, c’è qualcuno che si prende troppo sul serio. E probabilmente non è Guerrino.

Elvis has left the building.

L’unico storyteller degno di questo nome è tuo nonno.

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Il blog Disbanded si sveglia improvvisamente dal suo sonno con una domanda inquietante: che fine farà Facebook nei prossimi anni? Poi, rasserenato dai primi barlumi di lucidità, conclude: invecchierà. Invecchieranno i suoi utenti (eccoci) e contestualmente verrà scoperto da quelli che sono già vecchi. I nostri nonni, o genitori a seconda dei casi. Del resto l’ho sempre pensato: sebbene sia stato creato da studenti per gli studenti, FB  sarebbe un’invenzione straordinaria per i vecchi. Sono soprattutto loro che dovrebbero goderne. Un ultra ottantenne ha più tempo libero, passa più tempo a casa, ha più amici da ritrovare, può avere di tutto alle spalle (a volte addirittura un guerra), e generalmente ha più ricordi di qualsiasi suo pur attivissimo nipote. In una statistica di due anni fa però si legge che solo il 55% degli ultra settantenni usa internet in Italia. E probabilmente non per andare su facebook. So già cosa pensate: “meno male”. Ci manca solo anche nonno su Facebook e poi l’Italia chiude. Ma questo solo perché siete egoisti. Pensate quanta gioia potrebbe dargli ritrovare il vecchio guardiano della cascina dove andava in vacanza da piccolo, se solo non fosse deceduto. O scoprire che il vecchio compagno di banco che prendevamo di mira nel 1953 oggi vive in America, ed è un mafioso. Le sorprese possono essere tante. Per non parlare delle cose da imparare e condividere. Quindi bella l’iniziativa degli amici di Plural, messa in rete oggi qui, di connettere i nonni. Spiegargli come funzionano i vari canali social e non solo quelli. Utilizzare Skype, scoprire Spotify, usare Airbnb o Amazon e Ebay. Essere truffati più spesso perché si sono moltiplicati gli account. Una web serie che promette di essere non solo utile ma anche divertente, perché coinvolgerà i veri e unici titolari del termine “storyteller”: i nonni.

 

 

Elvis has left the building.

Non è detto che abbiate già visto queste belle idee di Cannes 2014 (1)

Togliendo quelle più famose e già ovunque celebrate, ccco alcune delle chicche viste nei primi 4 giorni dei CannesLions. Hanno tutte vinto degli Ori, ma non è detto che le abbiate già viste.

Questa pancia che cresce insieme al bambino che è in pancia. (Gold nel design)

Un libro non va mai Offline. Come dimostrarlo? Così.

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I GPS Penguins. Una vera pazzia giapponese per lasciarti condurre all’acquario da alcuni simpatici pinguini.

Jump with Derrik Rose. Un negozio Adidas in cui ti prendi le scarpe solo se salti così in alto da arrivare a prenderle.

Pay per laugh: paghi solo per le risate effettive che fai (conosco teatri che andrebbero falliti con questo sistema)

Elvis has left the building.