Da Bill magazine su Alex Bogusky.

Un articolo commissionato da Bill magazine sul numero dedicato ad Alex Bogusky, on sale now! Per quei 3 o 4 che ancora non conoscessero la case history di Whopper Sacrifice.

“Il profumo a gusto hamburger, lo stesso che potete annusare in una qualsiasi metropolitana delle metropoli più incivilizzate, venne lanciato pochi mesi prima del Whopper Sacrifice. 

Si chiamava “Flame by BK”, era in vendita a circa 4 dollari e andò subito a ruba, come tutte le provocazioni spiritose ma dal fiato volutamente corto. E che fiato. Un gioco, ma nemmeno tanto, che faceva capire che sul panino americano si può e si deve fare ironia. È un’icona importante anche sociologicamente (anni prima McDonald’s puntava molto sul “pasto caldo per tutti” a meno di 1 dollaro), ma non è sacro. È solo pericolosamente buono. 
Ma era solo un piccolo antipasto di quello che accadde l’anno successivo, nel 2009.
La campagna Whopper Sacrifice fu storica per tanti motivi. Innanzitutto è considerata la campagna nativa del mezzo ad aver funzionato meglio nella storia di Facebook; creata aggirando i paletti del social network, per poi essere fermata quando la polpetta era stata già servita, rimane la case history più brillante del momento d’oro del social network (il 2009). Successo quindi difficilmente replicabile. È molto probabile che sappiate già tutti come funzionava l’operazione: se cancellavi dieci amici da Facebook, avevi in cambio un Whopper. Un hamburger al posto di dieci amici sacrificati, tutto questo attraverso una app da scaricare sul social network. Non male, visto che nessuno ti impediva in un secondo momento  di ri-aggiungere l’amico, oppure più semplicemente di disfarti di perfetti sconosciuti in nome del gusto irresistibile del panino. Insomma, esistono sacrifici più dolorosi. 
La campagna ebbe un successo proporzionale alla sua bellezza e irriverenza: più di 230.000 amici cancellati da circa 80.000 utenti, e oltre 23.000 coupon distribuiti per ritirare il Whopper. Ma soprattutto un successo tale che oggi siamo ancora qui a scriverne: i premi creativi ricevuti in giusta quantità impallidiscono rispetto alla portata reale di tutto il resto. La campagna chiedeva tra l’altro: “What do you love more, your friends or your Whopper?” Non era una domanda da poco, apparentemente. Significava sfidare il social network a casa sua, facendosi pubblicità sulle spalle di Mark Zuckerberg, proprio le sue. Ma il punto non era tanto quello. Ciò che indispettì il quartier generale di Menlo Park, California, era che gli amici cancellati ricevevano notifica dell’avvenuto sacrificio. L’onta era in qualche modo pubblica, a dispetto delle (sagge) regole di Facebook che evitano nella maggior parte dei casi le umiliazioni di piazza. E però proprio così l’operazione riceveva ancora più forza. Attaccandosi a questo punto fermo, i legali di Facebook ottennero la sospensione dell’operazione da parte di BK, senza nemmeno arrivare davanti ai giudici.  Tanto ormai la macchina era partita, e la campagna era già consegnata alla storia.
Ma forse la sua forza, a rivedere oggi tutta la meccanica, è stata un’altra. Quella di restituire alla parola “amico” il suo giusto significato. Un amico di Facebook, alla fine, non vale niente. Il suo valore è 37 centesimi, e per la prima volta ne veniva certificato il prezzo.  Non era quindi sbagliata la promozione, era sbagliata la parola. Non sono “friends” quelli che abbiamo su Facebook. Sono spesso perfetti sconosciuti, oppure conoscenti, fantasmi da sacrificare per un pretesto qualsiasi, potrebbe essere un polletto fritto di McDonald’s o un Frappuccino di Starbucks. Ma le idee sono di chi le cuoce prima. E Bogusky fu il più veloce a cuocere il suo Whopper, per ingrassare ancora un po’ e spezzare il suo skateboard per il troppo peso.” (qui la case)

Elvis has left the building. 

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