Plastic (vera al 98%).




La scena in sé è anche suggestiva: una signora sui 60 anni, molto muscolosa soprattutto sulle gambe che escono dai corti pantaloncini di raso, tanto da farmi dubitare fino all’ultimo se non si tratti di un uomo, avanza verso di me sul bagnasciuga, con un mucchio di grattacieli sullo sfondo. Porta una camicia bianca da guarda costiera, con tanto di distintivi. La mancanza di seno e i capelli molto corti, e il volto segnato da una certa durezza, mi lasciano il dubbio fino alla fine, quando è abbastanza vicina da farmi vedere il suo orecchino da donna e anche i suoi lineamenti. Si ferma e raccoglie delle strane alghe che sembrano sottilissimi spaghetti tagliati in tre pezzi, di colore bianco. Le porta alla bocca e le assaggia, proprio come si farebbe per controllarne la cottura se fosse pasta. Sembra perplessa, anche più di me che assisto alla scena. Mi viene naturale chiederle cosa assaggi. Mi spiega che quelle che sta assaggiando sono probabilmente alghe, certamente innocue per i pesci, che possono masticarle o inghiottirle. Invece, aggiunge raccogliendo dei frammenti più squadrati bianchi e plasticosi, quando mangiano questi, i pesci muoiono. Sono piccoli pezzettini irregolari, effettivamente di plastica. Le Big Corporations quando riciclano i loro contenitori li mandano in questi centri che li polverizzano. Trasformano un flacone di Coccolino in un puzzle da 100 mila pezzi. Eccoli qui sulla spiaggia. Sembrano quasi pezzetti di conchiglia, ma sono plastica. I pesci li ingeriscono e ci restano secchi. Senza contare – ma questo nemmeno lo dice – che quella plastica la mangiamo anche noi che mangiamo quel pesce. Insomma una bella catena di Sant’Antonio. Mi chiede da dove vengo e le dico da Roma. Anche noi abbiamo il mare che bagna la città, le dico, ma mi vergogno a rivelarle che da noi i flaconi di Coccolino si trovano sulla spiaggia tutti interi, non a pezzetti. Forse giusto un balenottero ci si potrebbe strozzare. 
Ah, sospira lei con aria di chi sa, l’Italia è molto avanti nella raccolta differenziata: non è così? Imbarazzato le rispondo che non mi risulta, forse negli ultimi anni abbiamo fatto qualche passo avanti, ma direi che siamo maestri a riciclare altro, non i rifiuti. Si era confusa con la Spagna e la Francia, capisco poi, dove si raccoglie anche il cibo avanzato, oltre a tutto il resto. Mi ammonisce a non usare più la plastica, vista la fine che fa. Quasi mi convinco d’ora in poi a comprare sapone di Marsiglia in blocchi e bere solo acqua piovana. Infine la saluto dopo essermi fatto raccontare che sono 35 anni che lei presidia quel tratto di spiaggia, e che la bandiera viola significa presenza di meduse in mare. Ho ammirazione per questa signora che va in giro ad assaggiare alghe per sincerarsi che non sia plastica. Me la lascio alle spalle e mi metto a guardare anche io i pezzetti di puzzle delle big corporations depositati a riva. Mi giro un’ultima volta per guardarla andare, e la vedo in controluce che mette mano al suo walkie-talkie per rispondere a una chiamata. Vedo che si agita, il trasmettitore gracchia fino a qua, lei non sente, è nervosa. Lo sbatte all’orecchio. Poi lo gira, lo apre, e capisce che le pile sono andate. Allora prende le pile, le strappa a forza dall’apparecchio, e supportata dai suoi muscoli quasi maschili, fa ciò che la sua natura le suggerisce.
Le lancia in mare.
A quel punto il sole si immerge in acqua e tutto si spegne.



Elvis has left the building.


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