Best places to work 2012.

Come ogni anno, Advertising Age pubblica la sua lista dei “Best Places to Work” della comunicazione. Un’iniziativa molto nobile, che va a cercare motivi profondi o superficiali per essere felici di andare a lavorare in un certo posto ogni mattina, dall’altra parte dell’Oceano. La cosa che mi ha impressionato dell’elenco di quest’anno, è che non conosco praticamente nessun ufficio dei primi 20 nominati. Tolta la Deutsch, e un paio di altri nomi che ho sentito citare qualche volta per sbaglio, il panorama descritto è quasi interamente composto di sigle a me sconosciute. Le foto che accompagnano questa classifica mostrano spesso impiegati che fanno dei balletti, che sono sdraiati uno sopra all’altro, che suonano degli strumenti. Le ragazze indossano dei baffi finti, e gli impiegati dichiarano nei loro questionari blind di lavorare in piena fiducia accanto ai loro pupazzi gonfiabili. Magari quando tornano a casa sono infelici, ma intanto in quelle foto e in quelle risposte dimostrano di essere con pieno diritto nella classifica. Il fatto che non siano nomi conosciuti la dice lunga su quanto sia attivo, vitale e in movimento il settore quando ci allontaniamo dalle nostre coste. Penso alla situazione dei giovani italiani che vogliano entrare a lavorare nella comunicazione, ancora così orientata al classico, e provo a stilare mentalmente anche io una classifica. Che naturalmente dovrebbe comprendere strutture che oltre a offrire un ping-pong possano anche dare delle certezze di qualche tipo. O almeno prospettive, merce ancora più preziosa. Mi deprimo subito e scrivo questo post. Allora mi piacerebbe che a stilare una classifica del genere fosse una testata giornalistica, ma poi capisco che in Italia non sarebbe facile. Forse non sarebbe nemmeno possibile: i tre o quattro giornalisti di settore faticherebbero a trovare delle strutture sane e piacevoli, e una volta individuate dovrebbero distinguere, con i loro pochi mezzi, tra la fuffa e il benessere reale. Fa bene quindi chi consiglia ai più giovani di cercare – potendo – di partire con una sicura nave Costa verso le Americhe? O magari migrare a Pechino o in Australia, come hanno fatto alcuni che conosco, o nella più vicina Germania? La mia personale impressione è che oggi si possa restare qui e provarci. Avendo praticamente toccato il fondo si tratta di scavare e scendere ancora più giù (ma è faticoso) oppure  – come l’istinto suggerirà – di darsi una piccola spintarella con i piedi per riguadagnare metri. In fondo è una cosa per la quale un tempo siamo stati anche famosi.

Elvis has left the building.

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