Is this a Poster?


Mai stato uno che si scandalizza per le campagne “finte” (l’uso delle virgolette è obbligato): nei tempi che corrono, una pubblicità ha centomila sedi pronte ad accoglierla, contro le centinaia di un tempo. Quindi è impossibile, letteralmente, capire se un annuncio sia uscito o meno più di un paio di volte. E non esistendo la regola, è più facile aggirarla. L’amico Scamp, direttore creativo di BBH, giustamente si chiede però un’altra cosa: va bene essere elastici, ma anche la decenza vuole il suo spazio. Guardate questi due vincitori di metalli in Outdoor: vogliamo forse credere che una Banca Immagini possa pianificare le proprie pubblicità su delle affissioni? E questa (bellissima) campagna Alka Seltzer senza ormai più nemmeno uno straccetto di packshot o di logo, la facciamo uscire su un poster? E’ chiaro ormai che Cannes è diventato un’altra cosa: le Olimpiadi delle idee, i Giochi senza Frontiere della creatività, in cui è bello partecipare ed è bellissimo vincere, senza farsi troppe domande né scrivere troppe regole. E’ il festival della creatività, e notai, ragionieri e ingegneri non sono cordialmente invitati. Chi è over 35 si ricorderà di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri: ecco, a Cannes farebbero i mendicanti.

Elvis has left the building.

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13 comments

  1. Concordo appieno. Và detto però, senza voler difendere nessuno, che i lavori veramente usciti a volte vengono “cannerizzati”. Ossia volutamente tolto il pack, cambiato il copy, e tante piccole accortezze per non far torto al cliente prima e ai giurati poi.In ogni caso con internet tutto ormai è vero.Dovrebbero togliere un po di categorie agli outdoor. Ormai meritano di vincere solo gli aoutdoor ultramediali. Il resto tutto in stampa.

  2. bé, why not?è un po’ come chi sostiene che in portfolio è meglio mettersi un lavoro modesto ma uscito, piuttosto che uno eccellente ma non uscito (ad esempio nel caso classico di quando si fanno più proposte e il cliente sceglie la peggiore per i suoi preziosi spazi pubblicitari).chi ragiona così non lo capisco. per me meglio mostrare le proprie capacità, piuttosto che l’incapacità altrui. almeno non ci sono scuse, e uno si prende la responsabilità di ciò che sa (o non sa) fare senza tirare in ballo clienti, account, producer, dc, ad e folletti bastardi che gli hanno rovinato nei vari passaggi un’idea originariamente geniale…

  3. Per quanto riguarda l’affissione di Photolibrary è ancora più incredibile il soggetto “cani che trombano”, dove gli animali in ogni riquadro sono talmente piccoli da risultare quasi impossibili da individuare a volte. Difficile immaginare che questa campagna sia stata pensata per il mezzo affissione.Comunque questa cosa del vale tutto penso che abbia bisogno di una minima regolata. Intendiamoci, sono la prima ad applaudire una bella idea anche se palesemente finta. Qui come all’adci o in qualunque altra manifestazione internazionale. Credo si giusto chiudere non uno ma due occhi se una campagna è bella.Però non credi che sia il caso di dare all’affissione ciò che è dell’affissione? Un logo almeno? Un po’ di plausibilità del mezzo utilizzato (cosa che in Photolibrary non esiste). Più che giochi senza frontiere questo è il Mai dire banzai della creatività dove diventiamo tutti un po’ kamikaze dell’impaginazione, del media, della lingua, della fotografia. Per il resto posso solo dire che entrambe mi piacciono moltissimo.Però Ettore Andenna a presentare le premiazioni sarebbe magnifico, non credi?

  4. Darkswriter, ma chi è che ti ha dato un consiglio del genere? Dimmelo che metto nella galleria dei Disbanded… Il portfolio non è il posto per i lavori modesti.

  5. caro ted,se guardi bene troverai come ci siano a Cannes delle macroscopiche ingiustizie. Prendi P&G: da anni era surclassata dalle campagne Unilever: con le dozzine di bellissimi film AXE e recentemente la campagna DOVE Evolution. Roba vera e pesante, con incredibili risultati di vendita.Ma si è deciso a tavolino che Procter doveva vincere. Prima erano sbarcati in forze sulla croisette finchè a un certo punto hanno ramazzato i gran prix farlocchi di Tide e il resto. Nonchè il premio di cliente dell’anno…Se chiedi agli inglesi l’unico premio davvero duro e puro è e resta il loro black pencil.

  6. …che infatti mi sembra ormai diventato ben più autorevole. La verità è che Cannes è diventato troppo importante, e automaticamente ha perso il suo rigore e la sua credibilità. Cose come queste ne mineranno il prestigio, alla lunga. Specie nei paesi del far east, è una corsa a fare il fake più fake pur di vincere qualcosa.

  7. dai. ancora qualche commento su questa storia e un premio ce lo prendiamo, quello dell’onestà. italiani: troppo onesti e rigorosi per vincere a cannes.sarebbe bello riuscirci a credere.

  8. Si, è vero il D&AD è praticamente impossibile da vincere, in molti da tempo lo considerano il Premio poi viene Cannes e in particolare il Titanium.Il massimo sarebbe vincere con la stessa campagna D&AD ed Effie awards.Sono ormai 15 anni che sono cambiate a le regole Cannes, si è sempre parlato di annunci ghost from Singapore, secondo me se si vuole vincere bisogna stare a “certe” regole.Il resto sono solo chiacchiere Lorenzo_

  9. Confermo:Il premio della vera pubblicità è D&Ad.Il premio della creatività e dell’innovazione a mio parere ora è One Show.Clio e Cannes allo stesso livello, minati ormai da sotterfugi e magagne incredibili.Poi adc global, bello duro da vincere ma troppo filoUSA.Salviamo l’Epica come vetrina europea.Il resto non conta nulla.

  10. La Pubblicità non è Arte. Altrimenti Cannes lo vincerebbe Damien Hirst per il design o Banksy per le affissioni. Non scherziamo. Altro che Juan Cabral che gioca con le macchinine come un bimbo inebetito da troppa tv spazzatura.Campagne finte=idee finte.E poi basta giurie di addetti ai lavori: invitiamo giornalisti, persone comuni (che tiriamo per la giacchetta ad ogni insight), casalinghe di voghera, registi, artisti, clienti.E fine delle stronzate e degli inciuci. Le idee sono più grandi del crafting.Questo corporativismo è pietoso e grida vendetta: non ci ascolta più nessuno perché parliamo da soli.

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