Vita, ma soprattutto morte, di Robert Johnson.

Robert Johnson era una leggenda del blues, donnaiolo e Disbanded, che morì a 27 anni non prima di aver venduto la sua anima al diavolo e aver lasciato al mondo due fotografie in tutto più questa apocrifa (se non ci credi cerca su Google images), e un pugno di canzoni, tra cui Sweet Home Chicago. Ma della sua vita farete meglio a leggere qui.
Mi accollo invece l’ingrato compito di parlarvi della sua morte: il 13 agosto del 1938 Robert Johnson muore a Greenwood, nel suo Mississippi. Le testimonianze di Sonny Boy Williamson II e Honeyboy Edwards attestano che quella notte Johnson si trovava suonare a Three Forks, 15 miglia da Greenwood. Tutti dicevano che avesse una storia con la moglie del padrone del locale, il quale sapeva di queste voci, ma continuava a chiamarlo lo stesso. E questo è già molto Disbanded. Racconta Sonny Boy che durante la serata, complici l’alcol e l’atmosfera di grande eccitazione, la faccenda appariva a tutti talmente chiara da risultare persino imbarazzante. Altrettanto chiara era la rabbia dipinta sul volto del barman. Quando arrivò sul palco mezza pinta di whisky, Sonny Boy la strappò di mano a Robert, avvertendolo che non era prudente bere da una bottiglia aperta, ma Robert si infuriò e la bevve ugualmente. Dopo pochi minuti Robert non fu in grado di suonare. Fu accompagnato a casa di un amico, dove morì il martedì successivo per avvelenamento da strictnina.

Per la legge dell’eterna catena, senza di lui non ci sarebbe stato Elvis. Che non avrebbe mai left the building.

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26 comments

  1. Ma il padrone del locale (nonché marito accessoriato) era anche barman? Comunque, la cosa più “divertente” di tutte è immaginare un tipo che dal nome probabilmente sarà imparentato con la Leggendadelblues, dire al suo amico sul palco di stare attento alle bottiglie aperte. Non so, è come immaginare Robert Smith che consiglia cotone idrofilo per struccarsi gli occhi.

  2. ma dove le trovi queste storie?per caso su wikipedia?;-Dpiuttosto, lo sai che la figura di Robert Johnson è centrale ne “Il mambo degli orsi” uno dei libri più belli di uno scrittore abbastanza disbanded come Joe Lansdale?

  3. andrea depista.perché a noi interessa prima di tutto capire la catena tra Elvis, R johnson e Left the building.E dico che la cosa si fa seria.Anche joe Landsale ci pensava,è implicito.

  4. come ti ha preso fuoco? bel titolo il mamdo degli orsi… anch’io oggi mi sembravo un orso in una tana, peccato che ero circondata soltanto da fogli e non da foglie, da un fior fiore di etichette,apple neanche l’ombra: un orso al ritmo di una faticosa mazurca, altro che mamBo mamBo! L

  5. @anonimo (che poi credo sia un’anonima)il “mambo” al quale si riferisce il titolo del libro è un movimento che ha molto a che fare con il “rock” di rock and roll e quindi ecco una possibile connessione tra il mambo di lansdale e il r’n’r di colui che left the building.che poi tutto parta da un maledetto come Johnson rende il tutto ancora più disbanded (e disbanding) visto che la simpathy for the devil è evidentemente una carattersitica dei veri disbande (tra cui insisto a vole vedere anche Charlie Watts).quando la storia diventa circolare di solito è una bella storia (Pulp Fiction docet)

  6. grazie andrea. ottime info.e concordo pure sulla storia circolare e tutto il resto.pero’ non concordo su docet tarantino -cercate di capirmi- bravissimo percarità, ma che boccio:Alziamo la posta ?

  7. nel senso dialziamo la posta del riferimentosui diritti d’autenticitàdel mood circolare.le fondamenta mica vogliamoregalarle a tarantino.no 🙂

  8. I like this themes: è Tarantino il padre della circolarità della storia?è Charlie Watts un vero Disbanded?E’ l’uomo nella foto il vero Robert Johnson?Io dico: NO, SI, NO. E me ne vado a dormire.

  9. Janis Joplin, Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Robert Johnson. Sono tutti accomunati dal numero 27. Da ciò deduco una cosa: avendo io 32 anni e suonando la chitarra, sono salvo. Ma capisco anche un’altra cosa: non entrerò mai nella sfera del mito della musica maledetta. Poco male, spero invece di percorrere il mito di Noè, ha salvato il mondo molto prima di Al Gore, aveva la barca e soprattutto è vissuto 950 anni. Niente male, no? – Arnald

  10. La stricnina mi rimanda a un solo uomo. Il fornaretto di Carpi, Dorando Pietri. Maratona di Londra, 1908. In testa fino a un soffio dal traguardo, crollato negli ultimi cento metri. L’evento più drammatico nella storia delle Olimpiadi. La regina Alessandra volle lo stesso premiarlo con una magnifica coppa.Per la cronaca, il nostro Dorando era pieno di stricnina fino al midollo. Capite perché Pantani e compagni non sono dei santi? E’ sempre più difficile riconoscere il talento nello sport, anche se, mi ci gioco un dito, il vecchio R. Johnson, suonava da dio.

  11. anonimo che ama queste storie e che ama i donnaioli… R Johnson ci insegna che troppe Apple disbanded ti avvelenano! L A proposito di blogmangiadischi, quella apple lì è stata testata così bene che è sparita come niente! L

  12. Dici? Boh. Tutto ciò che entra a far parte di questo blog diventa disbanded, à mon avis… bisogna essere un pò sofisti, à mon avis. L

  13. si. amo i donnaioli, e si, amo tutte queste cose quie si, amo leggerle qunado parlano tra loro i miei preferiti.quindisottolinei inutilmente.

  14. …senza di lui non ci sarebbe stato Keith Richards.RJ è la pietra che segna, inconsapevolmente, la storia. la leggenda del crocicchio, dove il diavolo gli donò la fama eterna (e cioè questa!) in cambio della sua anima, è molto più bella e affascinante di quella del Faust. altro che disbandeness.ted, lascia stare i santi martiri del sacro delta – vedi anche il povero screming jay – altrimenti una potentissima maledizione mojo – e così ci mettiamo in mezzo pure Landsdale – ti colpirà!_f

  15. L’AMICO E GRANDE BLUESMAN MARCO CARNEVALE CI SCRIVE:Attenzione. Robert Johnson è morto DUE volte.La prima volta per mano del diavolo (probabilmente), la seconda certamente per mano di Dio.“God” – come lo definivano sui muri di Londra nei tardi Sessanta – risponde al nome terreno di Eric Clapton, detto anche “Slowhand”. Un chitarrista molto bravo e assai precoce, di ottima scuola (John Mayall) e ancora migliori frequentazioni amicali (Jimi Hendrix e George Harrison su tutti), a cui sono riusciti ben tre miracoli: 1) comporre “The sunshine of your love” 2) far credere a tutto il mondo che il sublime riff di “Layla” fosse farina del suo sacco (e invece era di Duane Allman, che gliene fece grazioso omaggio) 3) convincere gran parte della stampa musicale mondiale – sempre a caccia di icone agevolmente spendibili e perciò bisognose del ruolo sacerdotale di frontmen non solo strumentisti ma anche canterini – dell’autentica assurdità di essere più ganzo, più cazzuto e più creativo di Jeff Beck, Jimmy Page, Peter Green, Roy Buchanan, Johnny Winter, Freddy Robinson, Stevie Ray Vaughan, BB King e un’altra trentina di chitarristi per i quali avrebbe potuto lavorare come roadie.Intendiamoci, Dio non è una cattiva persona; e nemmeno uno sbruffone. Essendo un buon chitarrista, egli conosce bene il proprio valore obiettivo; ed essendo anche un uomo intelligente conosce ancora meglio i motivi della supervalutazione circense che gli viene tributata. Ha fatto un sacco di cose buone e perfino ottime, prima di ammazzare Robert Johnson per la seconda volta. Ha suonato molto bene al concerto per il Bangla Desh e al Rainbow. Ha inciso cose molto godibili con le sue Martin 00042 e 00028 acustiche. Ha duettato in lungo e in largo, secondo l’ultimo imperativo dei markettari delle majors, cavandone qualche volta addirittura dei discreti risultati.Però Robert Johnson l’ha fatto veramente a pezzi.Le prove sono raccolte in “Me and Mister Johnson” (Reprise, 2004): un intero cd di cover – quattordici per l’esattezza – delle perle del povero Robert trasfigurate in forma di piano-bar a sei corde da nomination al Grammy: devitalizzate, accademizzate, incellophanate e surgelate.Brrr, che freddo che fa nella morgue.

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